United Colors of the World


Scritto da Adele Sparavigna

Dermatologa e Venereologa / Dermatologist and Venereologist


United Colors of the World

La società liquida e le differenze etniche: il tabù del colore della pelle e la sfida dell’evoluzione della specie.

Nel corso dei millenni i popoli che sono migrati nelle varie latitudini della terra hanno sviluppato un diverso colore della pelle, per effetto del diverso grado di esposizione al sole. Una trasformazione dovuta alla differente quantità nell’epidermide della melanina, pigmento bruno in grado di proteggere da un lato la cute dall’azione delle radiazioni ultraviolette del sole e dall’altro di modulare la sintesi di vitamina D. Oggi a questo fenomeno biologico se ne sta aggiungendo uno sociologico.

 

Sempre più spesso le persone con la pelle scura desiderano avere una pelle più chiara, probabilmente per sentirsi assimilati ai gruppi socialmente dominanti delle nazioni in cui si sono trasferiti. Probabilmente per questo motivo, l’uso cosmetico di prodotti depigmentanti è ormai una pratica tanto comune. Un recente studio epidemiologico condotto su donne africane adulte ha evidenziato come una delle richieste più frequenti al dermatologo sia proprio l’uso di prodotti sbiancanti. Anche perché, più il fototipo è scuro, più tende a formare macchie, sia come conseguenza di traumi o processi infiammatori cutanei sia per problematiche ormonali.

 

Da dermatologa, mi sembra doveroso ricordare che i prodotti depigmentanti servono proprio per trattare le macchie e non tutto l’ambito cutaneo. Sono comunque sostanze tossiche e non vanno applicate in concentrazione troppo elevata o su vaste superfici cutanee.

 

Al contrario, le persone con i fototipi più chiari mal tollerano l’aspetto lattescente della loro pelle. Una pelle abbronzata rappresenta uno status symbol, una condizione sociale in cui ci si può permettere di stare molto all’aria aperta e in vacanza, per gran parte dell’anno. Da qui l’uso, spesso improprio, di sorgenti UV artificiali, viaggi in località esotiche in pieno inverno e la mania dell’esposizione al sole. Quest’ultima, a volte, diventa una vera e propria dipendenza psicologica, definita “tanoressia” e porta a un invecchiamento precoce e all’aumento delle lesioni cancerose della pelle.

 

Esattamente un anno fa è scomparso Zygmunt Bauman, sociologo di origine polacca, uno dei più noti e influenti pensatori contemporanei, conosciuto soprattutto per aver formulato il concetto di “società liquida”. Secondo Bauman la nostra vita sociale è caratterizzata, diversamente dal passato, da una profonda instabilità degli eventi, da mutamenti repentini e imprevedibili, dall’incertezza esistenziale degli individui e dalla frammentazione delle loro identità. Tutti questi elementi fanno sì che non sia più possibile utilizzare le stesse categorie che sono state fin qui impiegate per spiegare i fenomeni sociologici. Verosimilmente anche le razze. A questo si aggiungono i massivi fenomeni migratori che stanno modificando il nostro modo di considerare le differenze, che diventano sempre più sottili.

 

Ma siamo sicuri che la distinzione in razze, in base al colore della pelle, frutto di millenni di evoluzione, mirato a proteggere dagli effetti degli UV ma anche a favorire la sintesi della vitamina D nelle pelli più chiare, sia per sempre? Le più moderne teorie evoluzionistiche ci dicono di no: il continuo spostamento delle persone alle diverse latitudini, il rimescolamento genetico dovuto alle unioni multirazziali, la nostra evoluzione “bionica”, sono destinati ad agire favorendo una selezione naturale verso una specie umana più omogenea, anche dal punto di vista del colore.

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