Il mio corpo è più che un tempio. È un laboratorio


Scritto da Franz Iacono


Il mio corpo è più che un tempio. È un laboratorio

Si chiamano bio-hacker: testano su se stessi terapie ancora in fase sperimentale e condividono i risultati sulla rete. Per l’establishment scientifico sono solo dei dilettanti. Ma la ricerca può aver bisogno anche di loro.

Il nostro corpo è stato il vero protagonista delle rivoluzioni sociali e culturali di questi ultimi 50 anni. Negli anni ’70 è stato il terreno di scontro tra i movimenti pro-choice (“il corpo è mio e me lo gestisco io”) e quelli pro-life. Negli anni ’80 è stato oggetto di un vero e proprio culto, officiato dai sacerdoti del body building e dalle vestali dell’aerobica. Dagli anni ’90 in poi è diventato la proiezione della nostra immagine interiorizzata, grazie all’ampia diffusione della chirurgia estetica. Nessuno però ci aveva preparato al capitolo più recente (e più estremo) di questa vicenda: il bio-hacking.

I bio-hacker rientrano essenzialmente in due categorie. Da un lato ci sono i cosiddetti “grinder”, che praticano l’impianto di micro-dispositivi tecnologici in varie parti del corpo per aumentarne la funzionalità. Tra questi cultori della bionica rientra Amal Graafstra, che è diventato celebre per essersi iniettato sotto la pelle della mano un transponder (il microchip usato per i cani) che gli permette di aprire la porta di casa senza bisogno di usare le chiavi.

L’altro gruppo, decisamente meno folcloristico e più interessante dal punto di vista scientifico, è quello dei Bio DIY, cioè dei biologi fai da te. Si tratta di ricercatori, medici, o più comunemente semplici appassionati di scienza, che si ritrovano in laboratori comunitari per organizzare progetti di ricerca autogestiti. Il primo di questi laboratori è stato creato a Brooklyn da Ellen Jorgensen, biologa molecolare che ha voluto coinvolgere persone comuni per sperimentare approcci e processi non convenzionali.

Delle due categorie i Bio DIY sono quelli più vicini all’etica hacker. Alcuni per esempio non esitano ad auto-somministrarsi farmaci allo stadio ancora sperimentale e condividere i risultati con la propria comunità, con l’obiettivo di azzerare i lunghi iter per approvare i prodotti e fornirli a che ne ha bisogno subito e a prezzi politici.

Il caso di Tristan Roberts è esemplare. Roberts, ex programmatore ventottenne originario della Florida, ha contratto sei anni fa il virus HIV. In assenza di una cura che possa eradicare il virus, Roberts si è sottoposto come tutti i sieropositivi al trattamento antiretrovirale. Due anni fa però ha deciso di smettere. Non voleva più sentirsi schiavo per tutta la vita di un trattamento efficace solo sui sintomi. Ma si è fatto convincere anche dall’annuncio della scoperta di nuovi super-anticorpi. Del più recente, l’N6, si è detto che sarebbe stato in grado di neutralizzare il 98% degli isolati del virus. Se solo Roberts avesse potuto accedere alla terapia. Ma come fare, dato nei laboratori del National Institutes of Health la ricerca era appena iniziata?

È a questo punto che Roberts ha cominciato a pensare da hacker. L’N6 è un anticorpo già presente nel corpo di alcune persone. Si tratta di quel fortunato 1% di sieropositivi che non hanno bisogno del trattamento proprio perché ci ha già pensato il loro sistema immunitario. Per essere in grado di riprodurre l’N6 sarebbe stato sufficiente ottenere il sequenziamento del genoma di uno di questi pazienti.

Ed è qui che è entrata in campo la Ascendance Biomedical di Aaron Traywick, un’azienda nata con l’obiettivo di assicurare a tutti l’accesso a cure salva-vita, che ha messo a disposizione di Roberts la soluzione desiderata. Ovviamente con tutti i disclaimer del caso: dichiarando che la decisione di testare il farmaco su di sé era unicamente di Roberts, peraltro legittimato a farlo dalla legge degli Stati Uniti.

Così il 18 ottobre scorso Roberts si è auto-praticato un’iniezione accanto all’ombelico. La siringa conteneva una concentrazione altissima di plasmidi, che con un po’ di fortuna avrebbero viaggiato fino ai nuclei delle cellule di Roberts per stimolarle a produrre l’N6. Per rispettare l’impegno di trasparenza e condivisione Roberts si è iniettato il composto in livestream su facebook, diventando così probabilmente il primo bio-hacker a testare l’efficacia di una cura in diretta. Un attimo prima di procedere ha così dichiarato: “Dedico questo gesto a tutti quelli che sono morti per non aver potuto accedere a un trattamento, per quanto il trattamento fosse disponibile.”

Le reazioni della comunità scientifica non si sono fatte attendere. Per alcuni si è trattato di un’operazione dilettantesca con zero possibilità di successo. Secondo altri l’unico esito possibile dell’intervento poteva essere di procurarsi un’infezione. Qualcuno però ha lodato il coraggio del bio-hacker. Il gesto di Roberts è stato ricollegato a una gloriosa tradizione: quella dell’auto-sperimentazione a cui sono ricorsi diversi medici e scienziati quando la ricerca si è scontrata con la burocrazia o con il muro di gomma dell’establishment scientifico.

Alcuni auto-sperimentatori sono morti durante il processo, come l’analista Jesse Lazear, che nel 1898 per studiare gli effetti della febbre gialla, si è fatto pungere da un’aedes aegypti. Altri, come Barry Marshall, che si è auto-procurato l’ulcera per dimostrare alla comunità scientifica che la malattia dipendeva dall’azione di un batterio e non dallo stress, sono stati insigniti con il premio Nobel.

E di Roberts, che ne sarà? I risultati delle analisi che il giovane ha estratto dalla busta e letto in livestreaming qualche giorno fa non sono stati molto incoraggianti. È stata una delusione, ha confessato Roberts. Ma non importa. In dicembre sarà pronta un secondo preparato che conterrà molti più plasmidi. Mi inietterò anche quella e poi ne riparleremo.

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