Le 4 verità: il lattosio


Scritto da Franz Iacono


Le 4 verità: il lattosio

L’intolleranza al lattosio riguarda quasi tutti gli adulti, chi più chi meno. Se è lieve, la possiamo gestire determinando la nostra soglia di tolleranza. Se è forte, ci possiamo consolare pensando che riducendo i latticini vivremo più sani e più a lungo.

 

Il lattosio è lo zucchero presente nei latticini. Il che significa che ha il dono dell’ubiquità: oltre a trovarsi malauguratamente nei prodotti più golosi (gelati, cioccolatini, torte, pizze) è utilizzato come additivo in molti cibi, dai salumi ai cereali per la prima colazione, ai condimenti per l’insalata. Ragione per cui chi soffre di questa intolleranza deve sospettare di tutto e verificare sempre la composizione degli alimenti.

 

Il lattosio è uno zucchero complesso composto da due molecole di zuccheri semplici: il glucosio e il galattosio. Quando entra nel nostro intestino tenue viene scomposto da un enzima, la lattasi, nei suoi due componenti che così vengono assorbiti ed entrano in circolazione nel sangue. Se però la lattasi non è sufficiente, alcune molecole di lattosio proseguono il loro cammino lungo il tratto digestivo e, arrivati al colon, vengono presi in carico dai batteri intestinali che ne provocano la fermentazione. L’intestino si gonfia a causa del gas e l’intolleranza comincia a farsi sentire.

 

È un disturbo che si può trattare? È pericoloso? Esaminiamo alcuni luoghi comuni per fare un po’ di chiarezza.

 

1.

Mito: il latte è un alimento indispensabile.

Verità: è indispensabile solo nell’età dello svezzamento.

L’attività della lattasi dopo i nostri primi anni di vita diminuisce progressivamente. Questa diminuzione deriva da un adattamento normale alla diversificazione alimentare e non da una malattia. In realtà, se continuiamo a bere il latte dopo lo svezzamento (siamo gli unici animali a farlo) è grazie a un processo di mutazione che ha richiesto centinaia se non migliaia di anni.

Ötzi, l’uomo scoperto nel 1991 nel ghiacciaio del Similaun dov’è rimasto conservato per 5.300 anni, aveva un’intolleranza al lattosio. Il sequenziamento del suo genoma e di quello di altri uomini vissuti nel Neolitico conferma il dato: 5000 anni dopo la diffusione dell’allevamento, l’uomo non aveva ancora sviluppato, a livello genetico, una completa tolleranza al latte di mucche, capre e pecore.

Ancora oggi, molti popoli che non includono il latte nella propria tradizione alimentare sviluppano prestissimo l’intolleranza al lattosio. Per esempio gli indiani d’America e le popolazioni dell’estremo oriente cominciano ad essere intolleranti a un anno di età, i nord europei solo dopo il quinto anno.

2.

Mito: l’intolleranza al lattosio è un disturbo grave.

Verità: non è mai pericolosa e spesso dipende dalla quantità di lattosio ingerita.

 

L’intolleranza al lattosio non deve essere confusa con l’allergia alle proteine del latte, molto più rara e più grave, che attiva il sistema immunitario provocando non solo disturbi digestivi ma anche respiratori e dermatologici (per esempio, l’orticaria). L’intolleranza al lattosio invece interessa solo la digestione: i suoi sintomi, che compaiono tra i 30 minuti e le due ore dopo aver ingerito lo zucchero, sono spiacevoli ma mai preoccupanti. Si tratta in genere di gonfiore alla pancia, flatulenza, emicrania, nausea o diarrea.

 

L’intolleranza si manifesta per lo più dopo aver ingerito una certa quantità di lattosio. Se si conosce la propria soglia di tolleranza si possono consumare latticini anche se si è intolleranti, chiaramente moderando la dose. Così questa intolleranza diventa paradossalmente una buona profilassi, perché costringe a limitare il consumo di latticini, che come tutti sappiamo (ma tendiamo a dimenticare) sono ricchi di grassi e, assunti in alte quantità, possono causare l’obesità.

 

In ogni caso, per chi non si sente ancora pronto a rinunciare a latte & company, c’è una soluzione farmacologica molto efficace per tenere l’intolleranza sotto controllo: gli integratori di lattasi, che vanno sempre assunti prima di ingerire gli alimenti contenenti lattosio.

 

3.

Mito: l’intolleranza al lattosio è difficile da diagnosticare.

Verità: oggi c’è un test specifico e preciso: il breath test.

 

Identificare con precisione l’intolleranza non è un compito facile. I sintomi sono così generici che potrebbero dipendere da tanti altri disturbi: per esempio dalla sindrome dell’intestino irritabile, dalla celiachia o semplicemente da un’infiammazione intestinale. Per fortuna oggi possiamo contare su un’analisi molto attendibile: il test del respiro o breath test.

 

Il test misura la quantià di idrogeno che abbiamo nel nostro fiato. Normalmente, quando riusciamo a digerire tutto il lattosio, l’idrogeno è appena rilevabile. Il lattosio non digerito produce invece un alto livello di idrogeno. Ecco come funziona il test. Ci viene chiesto il mattino a digiuno di bere un bicchiere di latte; quindi dobbiamo soffiare ogni mezz’ora all’interno di un palloncino. Dopo 4 ore (il test richiede 8 soffiate) il medico grazie a una strumentazione specifica sarà in grado di diagnosticare l’eventuale intolleranza e il grado. E di indicarci i prodotti da evitare o, in caso di intolleranza lieve o media, il limite entro il quale li potremo consumare.

 

4.

Mito: il latte ci aiuta a rinforzare le ossa.

Verità: non ci sono evidenze che il latte prevenga l’osteoporosi. 

 

Che il latte sia un alimento indispensabile per rinforzare le ossa delle persone adulte e anziane è probabilemente il mito più diffuso e radicato nell’opininione comune. Opinione spesso suffragata dalle associazioni di produttori e perfino da alcune fonti istituzionali con grande dispiego di mezzi. Si pensi alla campagna “Got Milk?” che da alcuni decenni imperversa sui media statunitensi per indurre i consumatori a bere almeno tre bicchieri di latte al giorno. Ebbene, da una ricerca statunitense pubblicata su Jama Pediatrics, che ha seguito 100.000 uomini e donne per 20 anni, risulta che non c’è alcun collegamento tra il consumo di latte tra gli adolescenti e un rischio ridotto di fratture tra gli adulti e gli anziani. E da un’altra ricerca effettuta in Svezia nel 2014 su consumatori di oltre 39 anni per valutare l’effetto di prevenzione del consumo di latte sulle fratture all’anca, risulta che gli uomini non ricevono alcuna protezione e le donne sono addirittura più esposte al rischio di fratture.

 

Quali indicazioni trarre da queste ricerche? Per esempio che possiamo benissimo soddisfare il fabbisogno di calcio necessario per prevenire l’osteoporosi, con altri alimenti. Come per esempio i broccoli e i cavoli o alcune acque minerali, che hanno per di più due importanti vantaggi rispetto al latte: il loro calcio è più biodisponibile e sono privi di grassi.

 

 

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