Mamma aveva ragione. Per diventare più alti avremmo dovuto giocare a basket.


Scritto da Franz Iacono


Mamma aveva ragione. Per diventare più alti avremmo dovuto giocare a basket.

L’altezza di una persona è stabilita al 100% dal DNA? Le nuove evidenze dell’epigenetica ci dimostrano che le nostre scelte e l’influenza dell’ambiente hanno sempre l’ultima parola.


Mia madre non si è mai interessata troppo alle teorie dell’evoluzione. Invece era molto preoccupata per la mia salute. Ero un bambino molto piccolo per la mia età: a 11 anni stavo ancora sotto il metro di altezza e sembrava non avessi intenzione di crescere. Dunque mia mamma ha fatto quello che molti genitori più apprensivi che darwiniani facevano in quei tempi beati: mi ha iscritto a un corso di basket. Con tutte quelle elevazioni per andare a canestro mi sarei sicuramente allungato. Però a me il basket non piaceva e dopo pochi mesi ho abbandonato il parquet. Così non sono mai diventato alto come Michael Jordan, anche se cinque anni più tardi mi sono sviluppato tutto in una volta e ho raggiunto la ragguardevole altezza di un metro e settantasei che è di un centimetro superiore alla media nazionale.

 

Gli anni sono passati ma mi è sempre rimasto un filo di rimorso e la curiosità si sapere come sarei diventato se avessi perseverato con il basket. Figuratevi dunque la mia meraviglia quando al liceo ho finalmente letto Darwin e ho scoperto che il meccanismo dell’evoluzione della specie era molto diverso da quello suggerito da mia mamma. Semplificando funziona così: 1) alcuni bambini in età da sport sono già piuttosto alti; 2) hanno dunque un vantaggio selettivo sugli altri (alcuni riescono già a fare uno slam dunk); 3) possono dunque entrare in una squadra di basket e magari anche guadagnare un gruzzoletto. Ma allora, da dove viene l’idea così diffusa che l’evoluzione della specie sia innescata dalla necessità di adattarsi a un’ambiente fortemente competitivo? Da un naturalista del ‘700: Jean-Baptiste Lamarck.

 

Lamarck è stato il primo biologo di tutti i tempi (ha coniato lui il termine) ed è stato anche il primo a elaborare una teoria dell’evoluzione degli organismi viventi basata sull’adattamento e sulla ereditarietà dei caratteri acquisiti. Per spiegare la propria teoria Lamarck ha usato un esempio talmente fortunato che si è radicato nell’immaginario collettivo finendo poi per convivere — e spesso interferire—con il più ortodosso modello darwiniano. La giraffa ha il collo lungo perché l’ha sviluppato nel corso dei millenni nello sforzo di raggiungere le foglie più alte dell’acacia, e ha trasmesso questo carattere alla progenie. (A Lamarck sarebbe piaciuto l’esempio del giocatore di pallacanestro, ma questo sport nel ‘700 non esisteva ancora.)

 

Certo negli ultimi 150 anni è stato il modello darwiniano a imporsi, grazie all’endorsement incondizionato della comunità scientifica. Ma sappiamo bene, se solo facciamo caso alle accuse rivolte dai creazionisti agli evoluzionisti, che la casualità e la mancanza di finalità presupposta dal modello darwiniano non abbia mai avuto molto fortuna tra la gente comune. Convince molto di più invece l’esempio della giraffa lemarckiana, che è diventato una sorta di “meme” o di “fake news” molto potente per la capacità di far presa nell’immaginario delle persone. C’è di più. La spiegazione lemarckiana, in base alle più recenti evidenze dell’epigenetica, potrebbe essere meno “fake” di quanto gli scienziati hanno finora creduto.

 

L’epigenetica è la disciplina della biologia che si occupa tutte le modificazioni che variano l’espressione genica, cioè il modo in cui i geni vengono attivati e disattivati. La sua premessa è che il nostro corredo cromosomico non può essere trasformato, ma può essere interpretato in modi diversi, allo stesso modo in cui per esempio uno script di Romeo e Giulietta può dar vita a film molto diversi.

 

Il meccanismo epigenetico è alla base della differenziazione delle cellule, che pur possedendo l’identico corredo cromosomico (con l’eccezione di alcune cellule del sistema immunitario) attivano solo i geni relativi alla propria specializzazione, al tempo stesso disattivando, ma mai eliminando del tutto, i geni non specializzati.

 

Oggi si sa che molte malattie dipendono, più che da un difetto genetico, dal cattivo funzionamento dei marcatori epigenetici, che possono attivare o disattivare in modo erroneo un certo gene. Allo stesso modo, le buone abitudini (cibo sano, riposo, esercizio fisico, astinenza da fumo e droghe) favoriscono lo sviluppo di altri marcatori epigenetici, in grado di attivare i geni buoni e di narcotizzare quelli cattivi, e di fatto mutare il destino che il DNA ha previsto per noi. E per i nostri figli, perché questi marcatori, meravigliosa scoperta, possono essere trasmessi per via ereditaria.

 

L’epigenetica ci dice davvero che possiamo creare un futuro diverso da quello scritto nel nostro DNA (e diventare più alti se giochiamo a basket)? Non lo sappiamo ancora. Quello che possiamo dire con certezza è che la partita tra Lamarck e Darwin promette di farsi sempre più interessante.

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