La causa dell’infelicità? Pensare troppo e male.


Scritto da Franz Iacono


La causa dell’infelicità? Pensare troppo e male.

La “mente vagabonda” che continua a divagare è causa di infelicità e può portare alla depressione. Per ritrovare il benessere mentale dobbiamo imparare a focalizzare tutta la nostra attenzione su ciò che stiamo facendo.

 

Il nostro cervello è il capolavoro della selezione naturale. È l’unico, nel mondo animale, che ha come tratti distintivi il linguaggio e la creatività, due facoltà che ci hanno permesso di dominare il pianeta. Eppure, nei 200.000 anni di vita della nostra specie, la selezione naturale non ha programmato il cervello per rispondere a una delle nostre necessità più impellenti: cercare la felicità.

 

Per spiegare questa omissione sono state avanzate varie teorie. Secondo alcuni uno stato mentale appagato avrebbe indebolito il nostro istinto di sopravvivenza e la spinta a trovare soluzioni per dominare la natura. Secondo altri, il bisogno della felicità si è presentato all’uomo solo in tempi relativamente recenti e dunque l’evoluzione naturale non ha fatto in tempo a selezionare i caratteri più adattivi. In ogni caso oggi questa disfunzione evolutiva sta presentando alla società un conto molto salato, a giudicare dall’aumentata incidenza della depressione nel mondo.

 

Questo “difetto di programmazione” nel nostro cervello è evidenziato dal fenomeno della “mente vagabonda”. È un fenomeno che sperimentiamo continuamente. Mentre leggete questo testo, che ne siate consapevoli o meno, state contemporaneamente pensando a una serie di altre cose. La mente umana ha una propensione a divagare, a correre in mille direzioni diverse, come un cane a cui è stato tolto il guinzaglio. Succede quando stiamo oziando ma anche quando siamo impegnati in un’attività, come leggere un post su internet, che richiede concentrazione.

 

Un recente studio realizzato su un campione di 15.000 persone ha dimostrato che la mente vaga per il 47% del tempo e per il 30% di qualsiasi attività, indipendentemente dal fatto che la riteniamo divertente o noiosa. L’unica attività in cui la mente riesce a restare focalizzata è il sesso (10%). Ma l’indicazione più sorprendente è che pensare ad altro non ci fa sentire meglio. Anzi, la propensione alla distrazione produce infelicità.

 

Secondo James Kinsland, autore de Il cervello di Siddhartha, il Buddha, 2500 anni fa è stato il primo a collegare l’infelicità dell’uomo con la predisposizione della mente a divagare in modo indisciplinato. Ed è stato anche il primo a proporre una soluzione: la meditazione.

 

Oggi la pratica della meditazione è molto diffusa, specie da quando lo scienziato americano Jon Kabat-Zinn ne ha dimostrato il potere terapeutico e ne ha proposto una versione “laica” con il nome di mindfulness. L’essenza, dopo 2500 anni, non è cambiata. È necessario fare uno sforzo cosciente per vivere nel momento presente senza giudicare, accogliendo sensazioni e pensieri così come si affacciano alla mente, senza ricorrere a reazioni automatiche come la paura e i preconcetti, che appartengono al passato, o i desideri e le speranze, che appartengono al futuro.

 

Si può meditare in qualsiasi istante: quando riordiniamo la stanza, laviamo i piatti o facciamo jogging nel parco. L’unica regola è focalizzarsi al 100% su ciò che stiamo facendo. Non solo impediremo alla mente di vagabondare, ma l’aiuteremo a rigenerarsi e a provare una sensazione di benessere. E forse è proprio questa, la felicità.

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