Non posso parlare. Sono in riunione con me stessa


Scritto da Franz Iacono


Non posso parlare. Sono in riunione con me stessa

Gli introversi sono spesso i lavoratori più brillanti e produttivi. Chiedono solo un po’ di silenzio e di non essere continuamente interrotti. Purtroppo l’ambiente di lavoro è stato pensato dalla loro nemesi: gli estroversi.

 

Vi fa piacere se i colleghi si fermano da voi per fare il punto su un progetto?  Aspettate con ansia il prossimo meeting? Credete nelle virtù magiche del lavoro di squadra? Ovviamente siete estroversi. Il rumore vi angustia? Non sopportate le interruzioni? Avete la sempre la sensazione di stare su un palco e che tutti vi stiano osservando? Non c’è dubbio: siete introversi.

 

Da quando nel 2012 è uscito “Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare” di Susan Cain, subito diventato un best-seller, il mondo si è risvegliato diviso in due grandi famiglie. Degli estroversi, che rappresentano i 2/3 della popolazione sappiamo già tutto: rappresentano il modello di riferimento della società e di conseguenza tutto è organizzato attorno alle loro attitudini e alle loro necessità. Per gli introversi il discorso è un po’ più complicato e riserva qualche sorpresa.

 

La Cain precisa che l’introversione non ha nulla che vedere con la timidezza (esistono anche gli estroversi timidi), ma riguarda piuttosto un’attitudine a scavare dentro di sé, a riflettere e spesso a cercare la solitudine per ricaricare le batterie. Il pensiero degli introversi, nutrito nell’isolamento, tende a essere più idiosincratico e originale e le loro performance lavorative sono più alte della media.

 

Verrebbe da pensare che il mondo delle imprese si sia organizzato per offrire a queste eccellenti risorse umane le condizioni per esprimersi e produrre al meglio. Niente di più lontano dalla realtà. Il modello di workplace diffuso un po’ in tutto il mondo è ancora quello pensato dagli estroversi, per gli estroversi. E nulla rappresenta il loro modello organizzativo meglio del famigerato ufficio “open space”.

 

Nato con la buona intenzione di abbattere le barriere che impediscono la comunicazione tra i dipendenti e di favorirne la collaborazione, in poco tempo l’open space è diventato il simbolo di tutto ciò che non funziona in ufficio.

 

La lista degli inconvenienti è lunga. Il frastuono che impedisce la concentrazione, scatena la produzione di cortisolo e alza la pressione sanguigna. La mancanza di privacy che fa sentire tutti sorvegliati dal grande fratello. E soprattutto le interruzioni continue da parte dei colleghi e del capo, che secondo Jason Fried rendono praticamente impossibile lavorare (un progetto mediamente viene interrotto ogni 11 minuti, e ci vogliono 25 minuti per riprendere a lavorare a regime).

 

L’impatto di queste interruzioni e delle riunioni (altro totem ineliminabile della vita d’ufficio) sull’output lavorativo ha spinto Fried a proporre di istituire una giornata di silenzio, il “No-Talk Thursday”. Non solo un’opportunità per far riposare le orecchie, ma anche l’occasione di dimostrare quanto la giornata lavorativa possa essere produttiva quando si riesce effettivamente a lavorare.

 

La resistenza silenziosa degli introversi sta comunque dando i suoi frutti perché il dogma dell’open space accusa i primi cedimenti. In alcuni ambienti aziendali sono infatti ricomparse le stanze. Si tratta spesso di spazi confortevoli e insonorizzati per trovare un po’ di tranquillità e di privacy, dotati di boiserie, divanetto e abat-jour, che ricordano tanto il soggiorno di casa.

 

Sì, perché il modello di ufficio ideale per gli introversi non è in ufficio, ma a casa propria. Lì possono trovare la tranquillità e il raccoglimento ideale per lavorare senza interruzioni. E se interruzioni devono esserci, meglio che siano quelle “asincrone” decise da loro: per bere un caffè, inviare un’email e controllare la propria pagina Facebook senza sguardi di riprovazione. Pronti a ripartire per una lunga, ininterrotta sessione di lavoro.

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