Robot, solo tu mi capisci


Scritto da Franz Iacono


Robot, solo tu mi capisci

I rapporti umani stanno diventando sempre più complicati. Ma niente paura, stanno per arrivare i robot. Fra qualche anno passeremo più tempo con loro che con la nostra dolce metà. Che spesso sarà un robot.

C’è un esercito che preme alle porte dei paesi ricchi e non si tratta di boat people. È il “bot” people. Robot, androidi e umanoidi stanno per uscire dal laboratorio per entrare nelle nostre vite, e noi ci stiamo preparando ad accoglierli. All’inizio sono stati Tamagotchi e Furby: creature a cui abbiamo imparato a dedicarci 24 ore al giorno, mentre il cane ci faceva segni disperati di voler uscire. Poi sono arrivati AIBO, NeCoRo, Paro, Ollie, Huggable: pet che sono piaciuti anche alla mamma perché non lasciano peli in giro o hanno la pelliccia sfoderabile per andare in lavatrice. Ma il migliore allenamento all’accoglienza lo pratichiamo tutte le volte che usiamo il cellulare e il computer. Grazie a loro ci siamo talmente abituati a interagire con le macchine, che spesso non sappiamo dire se stiamo chattando con un amico o con un bot (la regola è questa: se non si dà al bullismo o allo stalking allora è un bot).

 

La gente forse non lo sa, ma ha un grande bisogno di robot. Certo, ci porteranno via il lavoro, ma si tratta di quelli più noiosi e ripetitivi, ed è quindi un bene, perché così faremo solo lavori interessanti. Il vero motivo per cui abbiamo bisogno di robot è che i nostri simili sono diventati troppo complicati. La gente non solo è piena di difetti, ma pretende di avere le proprie idee e di coltivare i propri assurdi interessi ed è quasi impossibile trovare un’intesa. Tant’è che dopo l’ennesimo tentativo di interazione sociale, finiamo col cercare conforto su un gruppo Facebook dove possiamo incontrare qualche milione di romantici incompresi come noi. O andiamo a distrarci su un aggregatore di notizie: un’applicazione che tra le migliaia di informazioni online seleziona solo quelle che non ci contraddicono o urtano la nostra sensibilità.

 

Quando arriveranno i robot, però, questi problemi spariranno. I bot sì che ci capiranno, pensate che sono già in grado di leggere le nostre emozioni dalle espressioni del volto, dai movimenti e dai cambiamenti del tono di voce. Inoltre saranno programmati per apprendere. Mettiamo che la prima volta il nostro robot ci dica: “sei bello!”. Se la cosa ci fa piacere, continuerà a lusingarci con tutti i sinonimi possibili (sei affascinante! sei peculiare! ecc.). Se invece rileverà che la cosa ci dà fastidio, scarterà la lusinga verbale dal repertorio delle possibili interazioni (e magari toglierà gli specchi dalla parete). Insomma, imparerà a piacerci in modo scientifico. E poco importa che sia privo di empatia (per poter sentire le nostre emozioni dovrebbe averle provate prima di tutto su se stesso, dunque dovrebbe avere un corpo uguale al nostro e una miriade di sensori); ciò che importa è che sia in grado di simularla.

 

Se è per l’empatia, il nostro robot saprà simularla perfettamente, facendoci sentire amati come nessuno ci ha mai amato e inventando situazioni feel-good sempre nuove. Ci dirà le parole più carezzevoli, ci canterà le melodie che ci fanno sognare, ci saprà toccare nei punti giusti. David Levy, uno dei più autorevoli studiosi di intelligenza artificiale sostiene che le donne troveranno in un robot l’amante perfetto, perché in grado di capirle come nessun uomo è fisiologicamente e psicologicamente in grado di fare. Anzi, Levy è convinto che il matrimonio tra uomini, donne, male-bot e female-bot in tutte le possibili combinazioni sarà in futuro la regola e probabilmente i rapporti coniugali guadagneranno in armonia e comprensione reciproca.

 

Secondo Levy, uno dei meccanismi che fa scattare l’amore è la reciprocità. E come potremo resistere a un bot che sa prendersi cura di noi e non perde occasione per esprimerci il proprio amore? In un film di Marco Ferreri del 1986 un giovane uomo, interpretato da Christopher Lambert si innamora di un portachiavi con la forma di un viso di donna che dice “I love you” ogni volta che lui gli fischia. Se possiamo innamorarci di un portachiavi, perché non dovrebbe succedere con un bot che già oggi può simulare un corpo umano perfetto?

 

“L’inferno sono gli altri”, ha scritto Jean-Paul Sartre. Dunque ben vengano i robot se sono in grado di salvarci da tutta la gente che ci ha ammorbato la vita. Con un’unica preoccupazione. Quella di realizzare, mentre il nostro robot starà cercando di prendere la luna al laccio per regalarcela, che il vero inferno siamo noi.

 

 

 

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