Vogliamo che i nostri ragazzi smettano di fumare? Smettiamo noi per primi.


Scritto da Franz Iacono


Vogliamo che i nostri ragazzi smettano di fumare? Smettiamo noi per primi.

Se il fumo continua a fare proseliti tra gli adolescenti, non è tutta colpa dell’industria del tabacco e dei Monopoli di Stato. Pensiamo alla nostre responsabilità in quanto genitori, fratelli maggiori o modelli a cui i giovani guardano con ammirazione.

 

Cosa non abbiamo fatto per cercare di farli smettere. Abbiamo ripetuto in tutti i modi che in Italia 34.000 persone ogni anno muoiono di tumore al polmone, cioè 100 persone al giorno: praticamente come se ogni giorno un aereo con 100 passeggeri si schiantasse al suolo. Loro hanno fatto spallucce, l’idea che un giorno potrebbero ammalarsi non li sfiora. Semmai l’idea di fumare li solletica ancora più perché prende i colori della trasgressione. (Sono le ragazze a guidare la classifica dei fumatori accaniti nella fascia 15-24 anni. Per loro fumare è un modo per atteggiarsi a bad girl ed entrare più facilmente nei giri giusti. I coetanei maschi hanno per il momento un’altra strategia per farsi notare: lo sport.)

 

 

Siamo dunque passati a un altro argomento. Gli adolescenti credono che fumare sia una trasgressione molto cool, invece è solo una malattia. Fumare, infatti, non è un vizio, è una dipendenza. Loro cosa rispondono (sempre le ragazze)? Fumare sarà pure una dipendenza ma almeno è una dipendenza che le aiuta a dimagrire. L’idea che fumare sia un alleato della linea le induce addirittura a scegliere le sigarette “light”, equivocando tra le caratteristiche del prodotto e gli effetti desiderati. Equivoco che l’industria del tabacco si guarda bene dal chiarire. È un tripudio di confezioni di sigarette “light” con grafiche e colori chiaramente pensate per il pubblico femminile.

 

Non ci siamo scoraggiati. Siamo tornati alla carica con un altro argomento: il prezzo. Molti adolescenti (in prevalenza maschi) trovando i 5 euro al pacchetto onerosi, hanno già cominciato a rollarsi le sigarette da soli. Le vendite del trinciato dal 2005 ad oggi hanno avuto un incremento del 432% e il far da sé è diventato un vero e proprio rito giovanile. Non è un grande successo averli spostati su un’altro tipo di sigaretta, ma almeno sappiamo che questo sistema funziona. Perché dunque non alzare ulteriormente le accise sul tabacco, trinciato compreso? È una proposta avanzata recentemente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e per una volta tanto tutti gli esperti della lotta contro il fumo hanno approvato.

 

Ma anche qui c’è un problema. Come lamenta Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto Mario Negri e in prima linea nella battaglia contro il fumo, questa volta è lo Stato italiano il maggiore ostacolo. “Siamo al 15° posto in Europa per la tassazione del tabacco, e ancora più in basso sul trinciato.” In gioco ci sono i soliti interessi: se diminuisce il consumo del tabacco si riducono gli introiti del Monopolio, anche a calcolare le maggiori entrate per il prezzo più alto. (Si potrebbe obiettare che se le persone smettessero o non iniziassero proprio a fumare, la spesa del Servizio sanitario nazionale diminuirebbe parecchio, ma come si fa a ragionare con lo Stato?).

 

E con questo abbiamo finito gli argomenti. Il che non è un male, perché gli argomenti con i ragazzi servono a poco. Ciò che conta, come vuole un vecchio ma pur sempre valido adagio, è l’esempio.

 

Il rapporto 2017 dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga, ci ricorda le ragioni per cui i giovani cominciano a fumare. Il 53,2% degli intervistati ammette di aver iniziato a fumare perché influenzato dagli amici che lo fanno. E fin qui non c’è niente di nuovo. A colpirci però è un altro dato. Il 9,1 % delle ragazze intervistate dichiarano che a influenzarle è stato l’esempio dei genitori tabagisti.

Finché l’imitazione avviene tra coetanei, attraverso il ben noto meccanismo della “peer pressure”, possiamo fare ben poco. Ma quando l’influenza è verticale il discorso cambia. Le persone da convincere non sono più i giovani, ma i cosiddetti “role model”. E non stiamo parlando delle Lady Gaga o Kate Moss di turno, che hanno spesso dato il cattivo esempio fumando sul palco o sulla passerella. Parliamo delle persone autorevoli che incontriamo tutti i giorni, e che per questo sono ancora più influenti con il loro comportamenti. Come i medici e le infermiere, che da un recente studio risultano superare di gran lunga la percentuale media di fumatori in Italia (22,3%): 33,9% i primi e un incredibile 49,8% le seconde. Come tutte le persone che per meriti professionali o artistici sono stimati dai giovani, e che ci dispiace veder metter mano alla sigaretta come junkie qualsiasi.

 

E soprattutto come i genitori, gli zii e i fratelli maggiori. Probabilmente non lo sanno, ma le probabilità che un giovane inizi a fumare sono sei volte più alte se ha genitori tabagisti e ben 15 volte più alte se ha fratelli maggiori che fumano.

 

È facile giudicare i giovani. Ci dimentichiamo però che i giovani sono il prodotto della società che abbiamo costruito noi. Vogliamo davvero che i nostri ragazzi smettano di fumare? Cominciamo noi a farlo.

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