Adolescenti e suicidio: maneggiare con cura


Scritto da Franz Iacono


Adolescenti e suicidio: maneggiare con cura

Per i genitori è la serie tv che spettacolarizza il suicidio. Per gli adolescenti  è la voce di una generazione. Qual è la parola finale su “13 Reasons Why”?

La serie televisiva 13 Reasons Why è appena sbarcata su Netflix (il 31 marzo scorso), ed è subito diventata per genitori di adolescenti, educatori e psicologi dell’età evolutiva il nemico pubblico numero uno.

La serie racconta la storia di Hannah Baker, diciassettenne di Crestmont, California, che si toglie la vita dopo essere stata vittima di bullismo e violenze sessuali. Prima di suicidarsi però registra su una serie di audiocassette i 13 motivi che l’hanno portata al suo gesto estremo. La scatola di scarpe contenente le audiocassette viene fatta girare, come una catena di Sant’Antonio, tra le 13 persone indicate da Hannah come i responsabili del suo suicidio, e ciascuno dei 13 episodi della serie è dedicato a una persona e alla propria colpa.

Come si può vedere ci sono tutti gli ingredienti del teen movie: il bullismo, la violenza sessuale, il suicidio, la vendetta, sapientemente orchestrati per tenere gli spettatori incollati ai propri schermi. Ma perché la serie ha catalizzato con tale virulenza le critiche degli educatori e di tante organizzazioni di Suicide Prevention? Ecco le ragioni principali.

La serie infrange un tabù: parla di suicidio a un pubblico di adolescenti senza essersi attrezzata contro possibili rischi di emulazione.

È un fatto noto da più di due secoli: la mediatizzazione del suicidio può indurre all’imitazione le persone più vulnerabili, come quelle con disturbi mentali. Ne I dolori del Giovane Werther, fortunato romanzo epistolare pubblicato nel 1774, il protagonista si spara alla testa allo scoccare della mezzanotte a causa dell’amore non corrisposto per l’adorata Lotte. Ebbene dalle cronache dell’epoca risulta che subito dopo la pubblicazione si registrarono circa 2000 casi di suicidio mimico (per dissipare ogni dubbio le vittime spesso lasciavano il libro di Goete accanto a sé, aperto alla pagina fatidica). Questo tipo di sindrome imitativa, che oggi si chiama appunto Effetto Werther, si ripropone puntualmente in occasione di suicidi molto mediatizzati (picchi altissimi sono stati toccati dopo la morte di Marilyn Monroe nel 1962 e di Kurt Cobain nel 1994). Per prevenire il fenomeno nel 2000 l’OMS ha tracciato delle linee guida per i professionisti dei media e in alcuni paesi come la Norvegia la stampa adotta una sorta di rigorosa auto-censura.

 

La serie parla di suicidio in modo irresponsabile, idealizzandolo e presentandolo come una scelta legittima.

Nonostante le dichiarazioni dei produttori di aver consultato psicologi ed esperti di problemi dell’adolescenza, secondo le organizzazioni per la prevenzione del suicidio la serie ha accumulato una serie impressionante di faux pas. Il più madornale è la presenza di un altarino allestito in un corridoio della scuola dagli studenti in memoria di Hannah (nessun direttore d’istituto darebbe il consenso a un simile memoriale, per le ragioni già dette). Ma le critiche più dure si sono concentrate sull’ethos della protagonista. Possibile che una ragazza che accusa della propria morte 13 compagni, alcuni dei quali quasi del tutto incolpevoli, possa essere presentata come una vittima innocente o addirittura un’eroina? L’irresponsabilità è duplice: 1) si giustifica il suicidio perché 2) è compiuto per vendetta.

La serie non parla di suicidio in modo realistico e documentato, per cui l’operazione non è nemmeno utile per stabilire un dialogo costruttivo tra figli e genitori.

La serie potrebbe offrire l’occasione per parlare con i propri figli di un tema delicato e importante. Peccato però che le manca un presupposto fondamentale, la plausibilità. Secondo le statistiche (le stesse che purtroppo danno il suicidio come la seconda causa di morte tra gli adolescenti), il 90% dei giovani che si tolgono la vita è affetto da disturbi mentali (per esempio è depresso cronico) o fa uso di droghe. Episodi come il lutto di una persona cara, una violenza o un’ingiustizia subite possono fungere da catalizzatori, ma da soli non bastano. Ebbene, Hannah non risulta né disturbata, né tossicodipendente. Quanto alla documentazione realistica del suicidio, che potrebbe almeno costituire base per la discussione, l’unico scrupolo documentario riguarda le scene di violenza sessuale e quella del vero e proprio suicidio di Hannah. Un realismo insistito e disturbante (verrebbe da dire sensazionalistico) da cui, secondo gli esperti, ci si sarebbe dovuti astenere. Perché mettere in mostra non significa sempre mettere in guardia.

Insomma sembra proprio che 13 Reasons Why non sappia bene di cosa sta parlando. Eppure, ed è questo che spaventa di più i genitori e gli educatori, sa parlare benissimo al proprio pubblico. Forse proprio per la mancanza di realismo e di verosimiglianza della storia, allo stesso modo cioè in cui riescono a parlare agli adolescenti storie fantasy come Trono di Spade o il Signore degli Anelli. Ed è proprio questo il punto: il suicidio di cui parla 13 Reasons Why non va visto come un rischio concreto (da prevenire con il dialogo, il monitoraggio continuo e magari l’assistenza di un esperto), ma come una metafora. La metafora della stessa adolescenza: un momento in cui si compie il più grande (e traumatico) passaggio tra due dimensioni della nostra esistenza.

E probabilmente questo gli adolescenti l’hanno capito prima e meglio di noi.

 

 

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