Alleanza e dipendenza tra vittima e carnefice, la Sindrome di Stoccolma


Scritto da Anna Invernizzi


Alleanza e dipendenza tra vittima e carnefice, la Sindrome di Stoccolma

Un fatto di cronaca, una lunga prigionia, la scoperta di un lato “oscuro” della mente umana. E’ la Sindrome di Stoccolma, quella per cui l’aguzzino diventa un benefattore.

Stoccolma, 23 agosto del lontano 1973. Un uomo armato, che poi sarà identificato come un fuggiasco evaso dal carcere, si introduce in una filiale della Sveriges Kredit Bank per un tentativo di rapina.  Sorpreso dalla Polizia, il malvivente si barrica all’interno dello stabile trattenendo con sé quattro ostaggi con cui condivide per quasi sei giorni interi una angusta stanza. Di per sé non si tratterebbe di altro se non di un, tutto sommato, comune episodio di cronaca nera che potrebbe essere utilizzato come copione per un B-movie sulla “mala” scandinava. Ed invece è un fatto che ha aperto una interessante area di ricerca per la scienza ed, in particolare, per la psicologia: è infatti quella scellerata rapina tentata da tal Jan-Erik Olsson ad aver dato il nome a quella che, sia gli studiosi che il grande pubblico, conoscono come Sindrome di Stoccolma, ovvero un particolare ed inconsueto stato di dipendenza psicologica che talvolta si instaura, per una serie di meccanismi di conservazione involontari, fra prigioniero e carceriere, specie quando la convivenza diventa stretta e promiscua. Nel caso della banca svedese, una volta ritrovata la libertà, gli ostaggi – prima semplicemente interrogati dalla polizia e poi sottoposti ad una serie di test psicologici che per la prima volta furono effettuati in un caso come quello – manifestarono una sorta di “riconoscenza” nei confronti del loro sequestratore e confessarono perfino di avere avuto più paura della Polizia stessa che non del carceriere il quale, peraltro, non esercitò contro di loro nessuna violenza fisica.

 

Un celebre caso “italiano”

In Italia è salito agli onori delle cronache un caso “celebre” di Sindrome di Stoccolma: Giovanna Amati, figlia del produttore Giovanni Amati e dell’attrice Anna Maria Pancani, nonché ultima donna ad avere partecipato come pilota ad un Gran Premio di Formula Uno, quando aveva 16 anni, il 12 febbraio 1978, venne rapita da una banda di marsigliesi allo scopo di ottenere un riscatto dal padre, a quei tempi ricco proprietario di molte sale cinematografiche a Roma. Dopo la sua liberazione, a seguito del pagamento di oltre 800 milioni delle vecchie lire, molti giornali riportarono la notizia di un forte rapporto sentimentale che sarebbe nato fra la rapita ed uno dei rapitori, il capo della banda Daniel Nieto. Era tutto vero. Giovanna era tornata a casa da poco quando Daniel si fece vivo, le comprò un mazzo di rose e organizzò un appuntamento in via Veneto. Ma ad attenderlo, oltre che la ragazza, c’era anche la Polizia che, insospettita, l’aveva pedinata. Giovanna, in lacrime, mentre caricavano sul cellulare l’incauto e galante marsigliese, urlava di lasciarlo andare perché “non aveva fatto nulla di male”.

 

Sindrome di Stoccolma: come nasce e come se ne esce

L’insorgere della Sindrome di Stoccolma è spiegata dagli studiosi in modo piuttosto lineare: sarebbe l’istinto di sopravvivenza ed una sorta di reazione inconscia ad uno stato di forte stress a generare uno “spirito di conservazione” che parte dalla negazione dell’evidenza e della realtà e dalla ricerca di qualche “appiglio” cui attaccare la propria speranza. Per questo ci si convince che “il carceriere è buono” e che “a lui si deve la vita”. Uno stato che spesso si acuisce con il protrarsi della cattività e che, in modo decisamente sorprendentemente, coinvolge anche il carceriere stesso.  Non esiste un “metodo” per uscire dalla Sindrome. Anzi, in molti casi il tempo che passa non contribuisce affatto a stemperarla: spesso nelle vittime si mantiene per lungo tempo la diffidenza verso le forze dell’ordine e l’attaccamento ai propri aguzzini. Il caso di Stoccolma in questo senso fu esemplare: per anni le vittime andarono a visitare Olsson – ad anche il suo complice – in cella e raccolsero fondi per aiutarlo, rifiutandosi di deporre contro di lui. Una delle vittime andò oltre e, una volta libero, lo sposò. Uno studio portato avanti dall’FBI ha rilevato che circa l’8% degli ostaggi di un sequestro sviluppa questa incredibile ma reale dipendenza.

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