Errando ci perdiamo e ci ritroviamo migliori


Scritto da Franz Iacono


Errando ci perdiamo e ci ritroviamo migliori

Se la paura di sbagliare ci paralizza, immaginiamoci di essere cavalieri erranti. Cavalcando i nostri errori scopriremo il mondo e ritroveremo il nostro io più autentico.

“Secondo le statistiche, parlare in pubblico è la cosa che ci spaventa di più. Al secondo posto viene la morte. La morte viene al secondo posto! Significa che quando siamo a un funerale, preferiamo stare nella bara piuttosto che pronunciare l’eulogia.” Così scherza il comico americano Jerry Seinfeld. Ma se soffriamo di glossofobia, non abbiamo motivi di stare allegri. La paura di perdere il filo, di andare nel pallone o di balbettare davanti a tutti ci toglie la saliva, ci fa sudare e fischiare le orecchie. Insomma ci terrorizza.

 

Ma di cosa abbiamo paura esattamente quando abbiamo paura di sbagliare? È lecito chiederlo perché tra l’auto-percezione di un nostro errore e l’effetto che questo errore ha sulle altre persone (di solito se ne accorgono appena e se ne dimenticano subito) c’è un’enorme sproporzione. Se abbiamo terrore di sbagliare è perché temiamo di demolire il nostro ego, la nostra autostima e spesso addirittura la nostra identità. Questa prospettiva ci porta a rinchiuderci in noi stessi e a restare nella nostra zona di comfort. E se siamo costretti ad agire, spesso ci auto-sabotiamo. Un caso molto tipico è il colloquio di lavoro o un esame impegnativo. Invece di prepararci troviamo un diversivo (tipicamente passiamo la giornata a fare shopping) per poter avere una scusa in caso di fallimento: “non ho fatto in tempo a prepararmi”.

 

La paura di ammettere la propria fallibilità è all’origine anche di un altro comportamento, apparentemente opposto e tuttavia speculare: la convinzione di non sbagliare mai. Secondo Kathryn Schulz, autrice di Being Wrong: Adventures in the Margin of Error, lo troviamo spesso nelle persone che più dovrebbero guardarsene, per esempio gli uomini politici. Basta ascoltare uno speech qualsiasi per rendersene conto: solamente il partito del candidato ha ragione, gli avversari sbagliano su tutta la linea. Un atteggiamento molto pericoloso, se consideriamo, per esempio, che è stata una convinzione sbagliata di George W. Bush a causare l’invasione dell’Iraq del 2003 di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

 

Entrambi i comportamenti hanno un’origine comune: l’atteggiamento schizofrenico della nostra cultura nei confronti dell’errore, da una parte giustificato con paternalismo, dall’altra sanzionato come segno di stupidità, ignoranza, indolenza o addirittura malattia mentale. Un atteggiamento che, duole ammetterlo, ci viene trasmesso già nei primi anni di scuola.

 

Eppure proprio gli insegnanti dovrebbero spiegarci che l’errore è una parte importante del processo di apprendimento ed è inestricabilmente legato alla nostra condizione umana. “Fallor, ergo sum”, diceva Sant’Agostino ne La città di Dio. E questo più di un millennio prima del “cogito ergo sum” cartesiano. L’importanza metodologica dell’errore viene ufficializzata nel 1600, con l’avvento della rivoluzione scientifica. Si comincia a dubitare di ogni verità e si comprende che l’errore è il punto di partenza del processo sperimentale. Non solo, ma che ogni fallimento è un momento indispensabile sulla via del successo. Lo testimonieranno due secoli dopo i proverbiali mille tentativi compiuti da Thomas Edison prima di riuscire a realizzare la lampadina. “Cosa si prova a sbagliare mille volte?” gli chiede maliziosamente un giornalista. “Non ho sbagliato mille volte,” risponde Edison. “La lampadina è un’invenzione che ha richiesto mille passaggi.”

 

Ma se stanno così le cose, ha senso pretendere di superare o di sradicare l’errore? Per niente, tutt’al più bisogna imparare a cavalcarlo. Per questo ci piace tanto l’ethos del cavaliere errante, che erra (notare l’etimologia) per il mondo dove si perde affrontando sfide grandi e piccole finché trova se stesso, o meglio la parte più autentica di sé.

 

Sia che abbiamo paura di sbagliare o che crediamo di avere sempre ragione, affrontiamo le nostre sfide con il coraggio e la spensieratezza di un cavaliere errante che affronta un avversario in duello. Il peggio che ci potrà capitare è che si tratti di un mulino a vento. Ma che importa? Ormai sappiamo che l’errore non è un ostacolo lungo la strada. È la strada.

 

 

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