Il bambino di talento si vede dai genitori


Scritto da Franz Iacono


Il bambino di talento si vede dai genitori

Per esprimere il proprio talento un bambino ha bisogno di tempo. Ma soprattutto di tanto esercizio, di un po’ di fortuna e di genitori all’altezza della situazione. Sì, parliamo proprio di voi.

Il bambino a scuola si annoia? Potrebbe essere plusdotato. Ha un IQ superiore a 100? Va messo in una scuola speciale. Ha imparato a leggere e a scrivere da solo? Diventerà un grande scrittore. Le aspettative di un genitore sono sempre più pressanti e inverosimili. E sono per lo più dirette verso il membro della famiglia sbagliato.

Il tema del talento nei giovanissimi ha ritrovato nuova popolarità grazie a due grandi successi editoriali: “Outliers” di Malcolm Gladwell e “Talent Is Overrated” di Geoff Colvin. Entrambi i saggi indagano l’infanzia di personaggi celebri per cercare di capire quando e come sono diventati i personaggi di successo che tutti conosciamo. La soluzione a cui arrivano è inaspettata e contro-intuitiva. In quasi tutti i casi il talento non è la molla iniziale, ma il punto di arrivo di un processo che ha per protagonisti i seguenti ingredienti: lavoro duro, circostanze fortunate, e genitori onnipresenti.

Un esempio tra tutti: Mozart, il genio precoce per eccellenza, scrive il suo primo autentico capolavoro ad appena 21 anni. E secondo Gladwell e Colvin è in grado di scriverlo solo perché nei dieci anni precedenti ha potuto far pratica su una grande quantità di composizioni più o meno trascurabili. Più importante ancora, questo lungo apprendistato è stato reso possibile dalla supervisione costante e spesso invadente del padre Leopold.

Per Gladwell e Colvin l’apprendistato e la figura genitoriale sono strettamente legati. Il primo, che viene addirittura quantificato in 10.000 ore, affinché possa configurarsi come “deliberate practice”, cioè esercizio finalizzato al raggiungimento di un risultato, richiede la presenza di un mentore che organizzi e coordini. E non di un genitore qualsiasi, ma di una persona solida e determinata e soprattutto abbastanza ricca da poter supportare il figlio durante questo lungo periodo di formazione.

Insomma per avere un figlio di talento ci vuole un genitore di talento (e di talenti). E tanti saluti al mito del genio che si è fatto da sé.

Ciò non significa che il talento non abbia anche una componente individuale, beninteso. Ma tutta questa ossessione per i quozienti di intelligenza e per i programmi di studio per bambini “con il dono” non ha un vero fondamento. Statistiche e biografie dimostrano che i grandi innovatori non hanno quasi mai riportato risultati eccezionali nei test di intelligenza né che provengono da università esclusive e di prestigio. Quanto viene richiesto dal bambino è “quanto basta” perché si intravedano attitudini e potenzialità. Perché il vero genio non può che emergere alla fine del percorso.

Quale strategia deve allora adottare un genitore in questo nuovo scenario? Secondo la psicologa americana Carol Dweck un genitore di talento deve puntare non tanto sull’intelligenza, ma sul carattere del figlio, cioè sulla sua attitudine all’impegno e sulla sua resilienza, secondo la formula: “se cadi, rialzati; se sbagli, riprovaci”. Chi continua a lodare l’intelligenza dei figli ottiene solo il risultato di bloccarli, caricandoli di ansie di prestazione.

Perciò è meglio che riformuliamo così le domande iniziali: sarò abbastanza bravo come genitore? Sarò in grado di fornire ai miei figli un supporto continuativo? Sarò abbastanza forte da non perdermi mai d’animo? I nostri figli si aspettano molto da noi, ed essere genitori prodigio non è da tutti.

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