La gratitudine è chic e non impegna


Scritto da Franz Iacono


La gratitudine è chic e non impegna

La “scienza della gratitudine” è sotto accusa. Invece di farci connettere con il mondo sarebbe impegnata a gratificare il nostro ego. Ma è proprio così?

Quando alla fine degli anni ’90 la psicologia positiva fa la sua apparizione nel panorama delle scienze umane, è una vera e propria rivoluzione. Perché la psicologia dovrebbe occuparsi solo di risolvere le patologie? Non può anche cercare di migliorare la vita alle persone sane, magari proponendo modelli di di successo sia nella vita privata che nel lavoro? Da queste domande è nata un’intera serie di discipline che hanno raggiunto un’ enorme popolarità, con il risultato però di spostare la psicologia da un ambito rigorosamente scientifico a quello più ibrido del self-help e del miglioramento personale. Mindfulness, tecniche per migliorare il sonno, resilienza, compassione e sì, anche gratitudine.

 

La gratitudine è sempre stata al centro della psicologia positiva. Non è un caso che Martin Seligman consigli in tutte le terapie di annotare su un diario le cose e le persone a cui ci sentiamo grati. Le proprietà benefiche della gratitudine sono confermate con evidenza scientifica da medici e psicologi: rinforza il sistema immunitario, abbassa la pressione del sangue, produce in chi la coltiva un senso di pace e di piacere. Secondo numerosi studi l’esercizio di questa pratica ci porta a sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti degli altri e ci predispone all’empatia e alla generosità.

 

Ciò non ha impedito alla gratitudine di finire sotto il fuoco incrociato di giornalisti e sociologi. In un articolo per il New York Times, Barbara Ehrenreich ha provato a scardinare i dogmi della gratitudine con una serie di domande insidiose. È giusto essere grati in modo indiscriminato? È giusto che una cassiera di Walmart, catena di proprietà di una famiglia pluri-miliardaria, sia grata per aver avuto un aumento di stipendio di un dollaro? Ed è giusto che noi siamo grati al Signore per i cibi che ci fa arrivare sulla tavola e non lo siamo per tutti gli artigiani e operatori che lavorano in una filiera alimentare?

 

Insomma la gratitudine sarebbe un atteggiamento reazionario, narcisistico ed essenzialmente ipocrita e la Ehrenreich propone di rimpiazzarla con la solidarietà, che è esattamente l’opposto: progressista, empatica e soprattutto attiva. Insomma il dibattito ha preso una piega ideologica e come spesso succede in questi casi si è dimenticata la ragione d’essere originale della gratitudine: creare uno stato mentale idoneo al raggiungimento della felicità.

 

Un contributo originale per uscire da questa impasse è stato proposto recentemente da Nikki Mirghafori, insegnante buddista interessata alla sintesi tra cultura occidentale e orientale. Mirghafori è a favore di una “gratitudine radicale” che riguarda ogni tipo di esperienza, indipendentemente dal tipo di sensazione iniziale che se ne può trarre. È importante che non sia vissuta come obbligo, ma come opzione che possiamo esplorare. Un approccio che ha il vantaggio di produrre nella mente un cambiamento di prospettiva. Adottandolo ci disabituiamo a pensare che una cosa è positiva o negativa, perché non la valutiamo più in base alla nostra sensazione iniziale, e questo ci apre infinite nuove possibilità. Possiamo essere grati se non troviamo un parcheggio sotto casa? O se l’ascensore non funziona? Sì, se abbiamo un cervello e un po’ di curiosità per quello che può accadere.

 

Certo, il dollaro in più nella busta paga della cassiera di Walmart può anche essere offensivo, ma se lei eserciterà la gratitudine e sospenderà il giudizio, si accorgerà che un cambiamento è possibile. E grazie alla sua nuova disposizione mentale, riuscirà a utilizzare questo cambiamento a proprio vantaggio.

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