Noi e le cose: una storia d’amore finita?


Scritto da Franz Iacono


Noi e le cose: una storia d’amore finita?

Per anni abbiamo accumulato oggetti. Oggi secondo molti osservatori la nostra storia d’amore con gli oggetti starebbe per finire. Resta da capire se dobbiamo prepararci a un divorzio o all’inizio di una nuova relazione.

 

Il “decluttering”, ovvero la pratica di eliminare le cose superflue, non è nato oggi. Bisogna risalire almeno al 530 A.C. quando Siddhartha Gautama, principe di Kapilavastu e destinato a diventare re, preferisce rinunciare a ricchezze e onori e dedicarsi alla vita del mendicante. O al 1206, anno in cui Francesco di Pietro Bernardone si spoglia completamente davanti al vescovo e ai concittadini di Assisi e restituisce i suoi vestiti al padre sbigottito. Ma non occorre essere Buddha o San Francesco per comprendere il valore di questi gesti. Chiunque parta per un viaggio di ricerca interiore, sa che il bagaglio deve essere molto leggero.

 

Oggi, forse perché il consumismo è diventato l’ideologia dominante, i richiami a “buttar via tutto” si sono moltiplicati e arrivano da ambiti e contesti culturali molto variegati. C’è la giapponese Marie Kondo, esperta di economia domestica, che predica le strategie per liberarsi degli oggetti e fare ordine nella nostra vita. C’è l’economista e filosofo francese Serge Latouche, che si è fatto promotore di una decrescita felice. Ci sono Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus, ex yuppie americani che hanno fondato il blog  theminimalist.com per diffondere il verbo del neo-pauperismo.

 

Non si tratta ancora di un movimento di massa, ma sono segni inequivocabili che il nostro rapporto con gli oggetti sta entrando in una fase di grande trasformazione. Cosa sta succedendo veramente? Per capirlo bisogna innanzitutto capire in che modo gli oggetti influenzano la nostra vita.

 

Secondo gli psicologi il nostro rapporto consapevole con le cose inizia verso i due anni di età, quando sviluppiamo il concetto di proprietà. La modalità è ancora molto basica: identifichiamo il proprietario di un oggetto con chi lo possiede per primo, anche se poi l’oggetto passerà di mano. Entro 6 anni sviluppiamo anche l’effetto dotazione, un atteggiamento mentale che ci porta a sovrastimare le cose che abbiamo solo per il fatto di possederle.

 

Nello stesso periodo si aggiungono altre emozioni: l’invida per gli oggetti degli altri, il senso di ingiustizia che proviamo quando ci chiedono di condividere le nostre cose con gli altri bambini, la rabbia se qualcuno cerca di portarceli via. E soprattutto l’affetto per alcuni oggetti, di solito soffici: coperte e orsacchiotti. Sono oggetti transizionali che ci aiutano nel passaggio verso l’indipendenza dai nostri genitori.

 

Quando raggiungiamo l’età dell’adolescenza, i nostri oggetti diventano vere e proprie estensioni dell’io. O meglio stampelle dell’io, perché in questo periodo la nostra autostima scende ai minimi livelli. Non è un caso che gli oggetti-simbolo dell’adolescenza siano i vestiti, perché riflettono quello che siamo, o meglio, come ci piacerebbe vederci.

 

Quando passiamo all’età adulta la tendenza a identificarci con i nostri oggetti si intensifica. La proprietà-simbolo di questa fase è la casa. È molto più di un oggetto: è un contenitore di memorie, relazioni e viaggi che ci rimanda l’immagine della nostra identità. Per capire fino a che punto ci identifichiamo con la nostra casa basti pensare a chi subisce un furto: si sente violato come se avesse subito una violenza fisica. E chi perde la casa a causa di un terremoto? È un vero e proprio lutto.

 

Infine, quando diventiamo anziani, gli oggetti, soprattutto quelli che ci hanno seguito più a lungo, diventano amuleti che ci permettono di restare in contatto con la nostra vita passata. E quando moriamo, cosa lasciamo in eredità? Soprattutto oggetti, che conterranno, per chi ci ha amato, una piccola parte del nostro spirito.

 

Fino ad oggi il nostro rapporto con gli oggetti ha seguito queste logiche. Secondo i profeti del de-cluttering però saremmo arrivati a un punto di svolta. Da un lato il consumismo selvaggio starebbe impattando pesantemente sul pianeta imponendoci di rivedere le nostre abitudini di consumo. Dall’altro è in corso un processo di smaterializzazione degli oggetti. Allo stesso modo in cui i film i dischi e i libri sono stati sostituiti da servizi di streaming e dagli e-book, molti oggetti sono stati digitalizzati o stanno diventando servizi ed “esperienze”.

 

Ciò significa che il nostro rapporto con gli oggetti è finito? Non esattamente. Significa piuttosto che abbiamo cominciato a relazionarci con oggetti di diversa natura. Basta osservare i più giovani. Per loro un profilo Facebook o una pagina Instagram sono estensioni dell’io come lo erano gli oggetti reali per i loro genitori.

 

Semmai il cambiamento nella nostra relazione con gli oggetti ci insegna una cosa: il consumo ha poco a che vedere con il materialismo. In gioco c’è sempre un rapporto simbolico, con noi stessi, con gli altri, con Dio. Questo, Buddha e San Francesco l’avevano capito bene.

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