Le richieste paradossali del capo


Scritto da Franz Iacono


Le richieste paradossali del capo

Il linguaggio può essere tossico, specie se usato in modo improprio come strumento di potere. Per poterlo neutralizzare, dobbiamo prima essere in grado di riconoscerlo.

Se è vero come affermava Paul Watzlawick (Pragmatica della Comunicazione Umana, 1967) che non esistono patologie ma solo situazioni patogene, dovremmo chiederci se gran parte dei disturbi che affliggono l’umanità non nascano sul luogo di lavoro. Lì, cioè, dove il paradosso comanda e la logica subisce.

La malattia, secondo Watzlawick, consiste in uno stato di conflitto insanabile originato da un corto circuito della comunicazione. Se qualcuno ci dice “sii spontaneo” o “non obbedirmi” probabilmente non lo prenderemo sul serio perché la contraddittorietà dell’ordine è palese. Spesso però ingiunzioni e istruzioni sono mascherate da un linguaggio rispettabile (politically correct) e pronunciate da persone di cui in linea di principio vogliamo o dobbiamo fidarci.

Vi ricordate quando a scuola ci dicevano “devi studiare perché è divertente”? Non cogliendo la stupidità della frase, ci restava solo la frustrazione per aver subito un’ingiustizia. Questa stessa situazione si ripete oggi quando ci arriva una richiesta paradossale dal nostro capo. Non cogliamo la malafede. Somatizziamo e basta.

La logica paradossale è la lingua del potere in azione. Non abbiamo problemi a riconoscerla quando viene esercitata sugli altri. Conosciamo i giochini mentali usati da certi manager per costringere un impiegato a dare le dimissioni (si chiama mobbing) è così pure gli argomenti per spiegare a un neolaureato che il suo posto per il momento è accanto alla fotocopiatrice: “una cosa è la Bocconi, un altra il mondo del lavoro”. Eppure, quando il linguaggio paradossale viene usato contro di noi, facciamo fatica ad avvertirlo. Se ci dicono “sii spontaneo”, ce la mettiamo tutta per accontentarli.

La logica paradossale sul posto di lavoro ha conosciuto recentemente una nuova impennata. Protagonista, il gigante delle telecomunicazioni T-Mobile. Nel manuale distribuito ai dipendenti sulle regole di comportamento interno l’Azienda statunitense ha inserito una frase equivoca. Si richiede infatti l’impegno dei collaboratori nel “promuovere un ambiente di lavoro positivo e in grado di assicurare relazioni professionali ideali.”

Certo, potrebbe anche trattarsi di un blando richiamo alla cortesia e allo spirito di squadra. Ma il National Labor Relations Board, ente che gestisce i rapporti sindacali negli Usa non l’ha pensata così. Anzi, ha ravvisato un pericoloso attacco ai diritti dei lavoratori e ha chiesto che il passo venisse cancellato.

Secondo il NLRB infatti la formulazione “ambiente di lavoro positivo” è ambigua e tale da impedire ai collaboratori di parlare liberamente, diritto sancito dalla carta del lavoro. Non essendo stati prodotti esempi di “ambiente di lavoro positivo”, gli impiegati si sentirebbero obbligati a evitare qualsiasi tipo di conversazione controversa per paura di essere puniti. Questo tipo di situazione ambigua, secondo l’NLRB, è anche in grado creare ripercussioni negative sulla salute dei collaboratori, con l’insorgere di ansia, depressioni e stress.

Ma in sostanza cos’ha detto la T-Mobile ai propri dipendenti con la frase incriminata?

“Sii positivo”.

Una riedizione per il nuovo millennio del vecchio “sii spontaneo” di Watzlawick. Segno che il linguaggio del potere, dopo 50 anni è rimasto lo stesso. Per fortuna oggi stiamo imparando a riconoscerlo.

 

Fonte: http://www.newyorker.com/science/maria-konnikova/what-makes-people-feel-upbeat-at-work

 

 

 

 

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