Nel dubbio, facciamoci un bel pianto.


Scritto da Franz Iacono


Nel dubbio, facciamoci un bel pianto.

Piangere non è più considerato il segno supremo di debolezza, ma un social skill utilissimo per creare empatia e costruire relazioni personali. Solo che bisogna saperci fare.

Non c’è nulla che non possa essere risolto con un bel pianto. Questo assunto della strategia femminile d’antan (un altro stratagemma un tempo molto praticato era lo svenimento, oggi passato di moda perché gli uomini non sono più allenati ad afferrarti mentre cadi) oggi si può dire che valga per tutti, senza differenza di genere, anche al di fuori del contesto prettamente sentimentale.

 

Un bel pianto liberatorio è un atto di auto-sollievo che ha un rapporto costi-benefici senza paragoni. Attraverso le lacrime siamo in grado di depurare l’organismo di dosi massicce di corticotropina e prolattina, ormoni che producono lo stress, e di manganese, che è presente in alte quantità nel cervello dei depressi. Ovviamente si deve trattare di lacrime del pianto, e non di quelle che si generano in modo naturale per la presenza di corpuscoli estranei nell’occhio o perché si soffre di qualche allergia.

 

Ed è qui l’inghippo. Perché non tutte le persone sono in grado di produrre il pianto a comando. C’è chi soffre della cosiddetta Sindrome di Sjögren, una malattia autoimmune che secca i dotti lacrimali e rende quasi impossibile produrre lacrime. Ma anche chi semplicemente non ce la fa, almeno per il momento, ad esternare i propri sentimenti, e spesso passa addirittura per arido ed egoista.

 

Questo, naturalmente vale per il pianto privato, quello praticato di nascosto e preferibilmente in un luogo appartato. (Al riguardo c’è tutta una fenomenologia: si piange privatamente di preferenza tra le 19:00 e le 22:00; gli uomini lo fanno in media 7 volte all’anno, a fronte delle 47 volte delle donne; molti lo fanno anche sul lavoro, chiudendosi nei gabinetti aziendali.) Ma cosa dire del pianto praticato in pubblico?

 

Fino a poco tempo fa la singhiozzata plateale era considerata qualcosa da evitare a tutti i costi, pena la retrocessione allo status di femminuccia. Un comportamento da punire con il pubblico ludibrio, e il famoso pianto a dirotto in diretta televisiva del politico giapponese Ryutaro Nonomura potrebbe servire da spauracchio perenne per chi ha la lacrima facile (il video che documenta la scena è ancora uno dei più visti su internet).

 

Tuttavia, in contrasto a queste reazioni ataviche si è aperto un fronte nuovo. Il pianto, specie in una società rigida come quella giapponese, paese in cui si piange pochissimo perché considerato “disonorevole”, sta diventando una dichiarazione di libertà e di spontaneità che contraddistingue un uomo nuovo e più vicino agli standard psicologici occidentali. Non è un caso che proprio nel paese del sol levante sia nata una pratica, quella del rui-katsu, che consiste nel singhiozzare tutti insieme davanti a un film strappalacrime aiutandosi, quando serve, con cipolla e peperoncino.

 

Ci si allena a piangere anche per poterlo fare al momento giusto, ovvero quando ci serve per creare empatia e per costruire o rafforzare una relazione personale. Oppure per accrescere il proprio status pubblico. Barack Obama, le volte in cui si è commosso in pubblico, per esempio ai Kennedy Center Honors mentre Aretha Franklin cantava (You Make Me Feel Like) A Natural Woman e quando ha commemorato i bambini, uccisi in una sparatoria, della scuola Sandy Hook di Newtown, ha visto il proprio consenso schizzare alle stelle.

 

Gli psicologi sono arrivati a dire che di una personalità pubblica che si commuove facilmente in pubblico ci si può fidare, perché ha la forza di chi non teme di mostrare i propri sentimenti e dimostra, per questa stessa ragione, un’invidiabile salute emotiva. Teniamolo presente, per il momento in cui decideremo di fare il nostro ingresso in politica.

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