Vietato non toccare: il potere delle carezze


Scritto da Franz Iacono


Vietato non toccare: il potere delle carezze

I bambini non sono gli unici ad avere bisogno di carezze. Ne hanno bisogno gli anziani, le persone sole, noi tutti. Una carezza è un gesto di riconoscimento che ci conferma che esistiamo davvero.

 

Ai bambini ci ha pensato la natura, che ha programmato noi adulti come veri e propri dispensatori di carezze. Ci basta vedere una guancia paffuta che entriamo subito in azione. Il motivo è noto. I bambini hanno bisogno di contatto fisico per poter sviluppare il “cervello sociale” e crescere senza problemi psicologici o comportamentali. In caso di nascita prematura, il neonato deve addirittura restare a contatto pelle a pelle con la mamma (terapia della mamma canguro) per poter sopravvivere. In caso di separazione, il cortisolo prodotto dallo stress potrebbe distruggere la sua architettura cerebrale.

Riesce invece meno naturale e spontaneo accarezzare gli anziani, anche se ne avrebbero altrettanto bisogno. Diversi studi dimostrano che il contatto fisico e l’affetto sono efficaci barriere contro l’insorgenza di demenza e Alzheimer. Ma dove la natura che non li ha resi “caress-friendly” ha fallito, è subentrata generosamente l’architettura dei rapporti affettivi. Nelle carezze scambiate con i nipoti (forse la più alta percentuale di carezze scambiate in assoluto) gli anziani trovano la terapia perfetta.

Il potere del “tocco affettivo” non riguarda però solo i molto piccoli e i molto grandi. È un toccasana per tutti. Può servire a curare lo stress (basta tenere le mani di una persona nelle proprie ed esercitare una leggera pressione) o a dimostrare amicizia o sostegno morale (mettendo una mano sulla spalla o accarezzando un avambraccio). Perché una carezza, secondo la definizione di Eric Berne, padre dell’analisi transazionale, è “un’unità di riconoscimento umano”, senza la quale non potremmo nemmeno essere sicuri di esistere.

In uno studio recente si è scoperto che la carezza attiva un sistema neurofisiologico specializzato, le cosiddette “fibre C”, che innervano solo la pelle provvista di peli, come per esempio quella sul dorso della mano e sull’avambraccio. A differenza delle fibre nervose mielinizzate che trasmettono gli impulsi tattili ad alta velocità al cervello e sono attivate da tocchi bruschi (scottature, percosse, punture), le fibre C vengono azionate da tocchi gentili dalla velocità di 4-5 centimetri al secondo e temperature di 32°C. Trasmettono il segnale molto più lentamente, perché sono prive delle guaine di mielina, e lo comunicano direttamente alla corteccia insulare e a quella orbifrontale, regioni specializzate nella gestione delle emozioni. Il segnale non è legato alla sopravvivenza, ma al piacere della condivisione degli affetti, ed è un’ulteriore prova che siamo animali sociali anche dal punto di vista fisiologico.

Ma cosa potrebbe succedere se in un futuro distopico, in cui le macchine dovessero mediare tutte le relazioni umane, non potessimo più toccare i nostri simili? L’ipotesi sembra inconcepibile in paesi come l’Italia, la Francia, la Spagna, la Grecia, dove non potremmo vivere senza invadere lo spazio personale degli altri per baciarli e abbracciarli. Ma in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, in cui il senso della privacy è più sentito e si tende a “mantenere le distanze”, il problema esiste già e ha già un nome e un quadro clinico preciso.

La sindrome si chiama “skin hunger”, fame da contatto fisico, e di solito si accompagna a forti stati di ansia e di depressione. Una condizione così insopportabile da spingere i più infelici a trovare un “cuddle buddy”, cioè un partner per le coccole (ma solo per quelle). Tutto questo per non aver saputo o potuto fare qualche carezza in più.

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